Ismaele non ama le complicazioni. Ma quando un mistero digitale bussa alla porta, anche lui dovrà fare i conti con il caos dei prompt e l’ironia dell’intelligenza artificiale. Una storia breve per chi ogni tanto si perde tra istruzioni, comandi e risposte inattese.
Lezione sulla comunicazione responsabile

Il problema di Ismaele, detective privato con la fobia dei “prompt” troppo lunghi, non era tanto che il mondo fosse diventato troppo verboso, quanto che lui era diventato troppo pigro. Nel suo lessico fatto di monosillabi, “pigro” era quasi un vanto.
La sua filosofia investigativa si basava sull’idea che ogni mistero potesse essere risolto con una domanda di una sola parola. Quando un cliente entrava nel suo ufficio, una stanza ingombra di vecchi giornali e polvere di indagini passate, Ismaele lo accoglieva con il suo inconfondibile “Problema!?”.
Fu così che, una mattina, si presentò la signora Adelaide, un’anziana signora con un cappello traballante e uno sguardo che mescolava la dolcezza di una nonna e l’ostinazione di un generale.

“Hanno rubato la mia ricetta!” annunciò, agitata. “La mia torta di mele segreta!“
Ismaele si limitò a un “Chi?”.
La signora Adelaide, ignorando la domanda, si sedette e iniziò un racconto interminabile. Aveva provato a digitalizzare la sua ricetta per un ricettario online, usando un’intelligenza artificiale.
Aveva digitato solo poche parole: “Crea ricetta, torta, mele, segreto.”
Il risultato?
Una ricetta per una torta alle mele con… aglio, salsa di soia e un’insalata di cetrioli “per bilanciare”. L’IA, convinta che la parola “segreto” fosse un ingrediente, aveva creato una schifezza culinaria che aveva quasi fatto svenire suo nipote.

Ismaele si grattò la nuca.
Un caso complicato. Non c’era un “chi” da trovare, ma un “cosa”: l’algoritmo impazzito. “Algoritmo?” chiese Ismaele.
La signora Adelaide, ormai in piena confessione, spiegò che l’IA aveva anche scambiato la sua ricetta originale con una di un’altra utente che aveva inserito un prompt di cinquecento parole, dettagliando ogni passaggio, ogni sfumatura di sapore.
Ismaele sbuffò. “Prolissa”.
L’indagine iniziò. Ismaele si presentò a casa della vicina della signora Adelaide, la signora Ornella, che era un’appassionata di tecnologia e aveva suggerito alla signora Adelaide di usare l’IA.
“Lei è la signora Ornella?” chiese Ismaele.
“Sì, sono io,” rispose Ornella, con un sorriso sospetto.
“Ricetta?”
“La ricetta di Adelaide? Sì, è un disastro. Ma io le avevo detto di essere precisa! L’IA non è una veggente, va istruita!”
“Indizi?”
“Non ho indizi, ma mi ricordo che l’altra utente che ha usato un prompt chilometrico era ossessionata dalle spezie. Cardamomo? Anice stellato? Non so, un sacco di roba strana.”
Ismaele, confuso, tornò dalla signora Adelaide. “Spezie?”
“No, la mia ricetta non ha spezie! Solo mele, zucchero e un pizzico di… di… oh, il mio segreto!”
L’indagine sembrava a un punto morto. Finché, disperato, Ismaele si arrese. “Spieghi tutto.”
La signora Adelaide, felice di poter finalmente parlare liberamente, spiegò che il suo “ingrediente segreto” non era un ingrediente, ma un’azione: doveva “mescolare le mele con amore e un po’ di limone”. Un tocco poetico, non un’indicazione culinaria. Nel frattempo, l’IA aveva interpretato la parola “segreto” come un’istruzione di ricerca, associandola a “cibo esotico”.
Ismaele, ormai sconfitto, si accorse che la sua ostinata pigrizia lo aveva messo fuori gioco più volte di quanto volesse ammettere.
Cercare soluzioni con una parola sola era una bella illusione, davanti a certi problemi serviva almeno un paragrafo.
Non era questione di intelligenza artificiale – quella, poverina, aveva pure provato a cavarsela. Per cavarsela davvero, a Ismaele sarebbe servita la telepatia: capire tutto senza che nessuno dicesse niente. Ma quella, purtroppo, non era (ancora) un’opzione.
La signora Adelaide, intenerita, gli offrì una fetta della sua vera torta di mele.

Ismaele assaggiò la torta. Era sorprendentemente buona, forse la migliore che avesse mai provato. Un gusto che raccontava tentativi, aggiustamenti, qualche disastro in cucina – e tanta pazienza.
Non era uscita da un algoritmo, ma da mani vere, con tutti i loro sbagli.
“Buona,” mormorò Ismaele, meravigliato di aver trovato la parola giusta.
La signora Adelaide sorrise. “Vede, detective,” disse abbassando la voce, “a volte la fatica vale più di qualsiasi scorciatoia. È lei l’ingrediente che non si copia.”.”
Ismaele tornò nel suo ufficio, prese un foglio e una penna. Scrisse il suo primo prompt di più di una parola:
“Risolvere caso ricetta. Analisi dettagliata. Sforzo richiesto.”

Sapeva che non sarebbe stato facile, ma per la prima volta, la sua indagine non sarebbe stata “pigra”. E la cosa non lo spaventava più. Era il primo passo verso un nuovo, e un po’ meno monosillabico, sé stesso.
Hai mai inviato un prompt che ha generato risultati esilaranti o disastri digitali? Raccontamelo! Scrivimi a ragioniamofacile@gmail.com.
Leggi anche il racconto L’efficienza artificiale del Dottor Pastrocchio.
Le immagini contenute in questo racconto sono state create con l'IA Gemini.

